Adolfo Ricci - Arredi farmacia Mazzolini Giuseppucci a Fabriano

ADOLFO RICCI

ADOLFO RICCI

(Perugia 1834 – Fabriano 1904)
Adolfo Ricci, scultore e intagliatore artefice degli arredi, nacque a Perugia il 7 maggio del 1834 da Annunziata Barlam e Zaccaria Ricci. Figlio d’arte (anche il padre era intagliatore e decoratore), ancora giovanissimo scoprì le grandi passioni che avrebbero ispirato e condizionato tutta la sua vita: l’arte e la fede politica unitaria e repubblicana. Trascorse la prima parte della sua avventurosa esistenza tra Perugia e Roma, impegnato sia nell’attività artistica, sia in quella politica. Nel 1892 ottenne la cattedra d’Intaglio presso la Regio Istituto Professionale di Arti e Mestieri di Fabriano. Nel centro marchigiano visse fino al 1904, dando vita a una scuola di ebanisteria locale di prim’ordine.

Adolfo Ricci fu insignito “Accademico di merito” dall’Accademia delle Belle Arti di Perugia (1898) e venne nominato  membro dell’Accademia Universale di Belle Arti di Bruxelles. Tra i suoi numerosi premi e riconoscimenti  ricordiamo in particolare la Medaglia d’Argento di 1° grado alla grande Esposizione Universale di Parigi del 1900, passata alla storia per il pregio dei manufatti e l’innovazione architettonica di padiglioni e monumenti eretti per l’occasione.

A Fabriano, tra il 1896 e il 1899, lasciò il suo capolavoro indiscusso: gli arredi della Farmacia Mazzolini Giuseppucci.

APPROFONDIMENTI

Adolfo Ricci entra a 13 anni nell’Accademia di Belle Arti di Perugia e solo due anni dopo  si arruola coi garibaldini per difendere la Repubblica Romana dall’esercito pontificio alle mura di San Pancrazio. Trasferitosi a Roma, la notte del 4 dicembre 1855 la gendarmeria papalina fece irruzione nella sua casa in cerca di un condannato politico latitante; proprio quella notte la sua prima moglie, Teresa Benvenuti, stava dando alla luce la primogenita Elpina: la donna non superò il trauma subìto e dopo una lunga agonia morì, lasciando Adolfo con una bimba da crescere.
Nonostante la tragedia e le difficoltà il fervore patriottico di Ricci non si placa: nel 1859, mentre lavorava all’altare di Sant’Ausonio di Spoleto, viene richiamato a Perugia dai suoi compagni per fronteggiare l’esercito di mercenari svizzeri inviati da papa Paolo III a sedare una rivolta liberale e unitaria. La giornata è tristemente ricordata come il massacro del XX giugno; fortunatamente l’artista sopravvive e con la piccola Elpina si prende cura di decine di feriti.

Dopo l’Unità d’Italia, Ricci poteva finalmente dedicarsi all’insegnamento e all’esercizio della sua arte: nel 1875 diviene professore d’intaglio all’Istituto San Michele di Roma e nella nuova capitale riceve importanti commissioni, tra cui le balaustre del Ministero delle Finanze, gli arredi della sala da pranzo del Principe Sciarra, il portone del Palazzo del Popolo romano.

Nonostante la fortunata carriera si trova però in gravi difficoltà economiche ed è con ogni probabilità per questa ragione che nel 1892, consigliato da un noto industriale della zona, approda finalmente a Fabriano per candidarsi come professore d’intaglio alla Regia Scuola Professionale.

Fu un vero salto di qualità per l’Istituto cittadino, che sotto il magistero di Ricci guadagnò vittorie in diverse esposizioni nazionali e diede vita a una vera e propria scuola d’ebanisteria di prim’ordine. In quegli anni Ricci ottenne inoltre alti riconoscimenti personali, come la nomina nel 1898 ad “Accademico di Merito” nell’Accademia delle Belle Arti di Perugia, la medaglia d’argento di 1° grado all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 e infine la nomina a membro dell’Accademia Universale di Belle Arti di Bruxelles.

Quanto il suo temperamento fosse libero e passionale lo raccontano anche le sue turbolente vicende sentimentali: nel 1895 ebbe il secondo figlio, Alceste, da Maria Sarti, ex prostituta che allora gestiva una casa di tolleranza e che Adolfo sposò quattro anni dopo (pare solesse dire “per redimerla”), rendendo legittimo il piccolo Alceste.

Adolfo Ricci morì a Fabriano nel 1904, seguito dal compianto sincero di allievi, amici, compagni di partito e fratelli massoni. I numerosi elogi funebri provenienti da associazioni e partiti cittadini, raccolti dall’amico e primo biografo Pietro Castagnari, testimoniano come fosse amato e stimato per la sua onestà, il coraggio, la coerenza, la bontà d’animo e l’esempio che lasciava come uomo. Riportiamo quello, particolarmente accorato e significativo, del Circolo Guglielmo Oberdan (P.M.I., sezione di Fabriano):

«La morte del
PROF. ADOLFO RICCI
priva d’un soldato “la vecchia disillusa Legione dei combattenti per l’unità d’Italia”, (furono parole di lui), l’arte di un figlio diletto, i figli del genitore affettuoso, ai quali, dopo tanto dolore e tanta lotta, non lascia che un nome intemerato e la miseria.
Gli affiliati a questo Circolo sono invitati al funebre civile accompagnamento.
Fabriano, 6 febbraio 1904».

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